Sostenibilità

Industria 4.0 ed ESG, le ragioni di un connubio

Da un lato i progetti di innovazione in ambito industriale sono percepiti come uno strumento potente di trasformazione dei processi di produzione e di business verso modelli ESG, dall’altro non hanno ancora raggiunto nell’immaginario collettivo il ruolo fondamentale di abilitatori del necessario cambiamento dei modelli di consumo

13 Mag 2021

Nicola Gulli

I programmi di Industria 4.0 e ESG hanno iniziato a esercitare un ruolo importante, in quanto consentono alle aziende produttive di dotarsi:

  • di strumenti digitali per una gestione più efficiente dei processi di produzione in grado di ridurre “costi incomprimibili”, quali Zero Waste, Zero Defect, Zero Training (così come definiti dalla disciplina WCM);
  • di sistemi di supply chain aventi un approccio fortemente collaborativo, in grado di ottimizzare i processi di sales operation and planning;
  • di approcci strutturalmente orientati a introdurre l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili all’interno dei processi di produzione.

È, tuttavia, evidente che, se da un lato i progetti di innovazione in ambito industriale sono percepiti come uno strumento potente di trasformazione dei processi di produzione e di business (Industria 4.0) verso modelli ESG, dall’altro non hanno ancora raggiunto nell’immaginario collettivo il ruolo fondamentale di abilitatori del necessario cambiamento dei modelli di consumo.

Le ottimizzazioni dei processi di produzione attesi dalla trasformazione digitale della supply chain e delle fabbriche e la riduzione degli impatti ambientali dei sistemi produttivi attraverso l’impiego di energie rinnovabili e di principi di economia circolare non sono infatti sufficienti ad affrontare in modo sistemico gli impatti socio ecologici di alcune filiere, che supportano e spingono i consumi di prodotti non essenziali e fortemente incisivi su tali temi, quali il fashion e il food and beverage. In altre parole, se oggi molti consumatori hanno maturato una sensibilità spinta su temi quali l’acquisto di un’auto elettrica anziché a combustione interna, lo stesso non si può dire rispetto all’acquisto in eccesso, ad esempio, di un capo di abbigliamento o di un chilogrammo di carne.

Se a questo si aggiunge anche che alla poca e spesso confusa informazione rispetto agli impatti ecologici e/o sociali di un prodotto, è associata una spinta consumistica privilegiando la quantità e il basso prezzo piuttosto che la qualità al giusto “costo” (in accezione complessiva), si comprende immediatamente che l’introduzione di strumenti digitali deve essere più sistemica.

Tali tecnologie devono essere applicate a progetti, necessariamente sostenuti e spinti dagli enti pubblici, tesi a rendere più trasparenti per i consumatori le filiere di produzione e i costi socio/ecologici a esse associate di ciascun prodotto.

Si aggiunga che, in alcuni casi, l’introduzione di tecnologie IoT nelle filiere logistiche e di distribuzione era orientato a massimizzare e standardizzare la domanda verso i prodotti che dovevano essere spinti sul mercato e che trainavano maggiori profitti. Ad esempio, il concetto di scaffale esteso, sviluppato da un noto brand del beverage, basato sull’introduzione di una piattaforma IoT in grado di monitorare lo stato di riempimento dei frigoriferi espositivi al fine di garantire il loro riempimento con i prodotti più venduti, aveva quale unico scopo la massimizzazione del rendimento economico di ciascun punto vendita, senza tenere in nessuna considerazione il costo socio-ecologico a essi associato.

In altri casi, la forte spinta dei modelli del finanziamento di impresa ESG ha guidato la trasformazione di intere filiere (es. mercato dell’auto), verso modelli che risultano nel breve e medio termine non cosi sostenibili: ad esempio, le auto elettriche e ibride presentano un livello di emissione di CO2, se valutato sull’intero ciclo di vita, ben superiore a quello delle auto diesel; in particolare sull’elettrico, i processi di produzione molto più semplificati, con la conseguente perdita di numerose professionalità e posti di lavoro sviluppate per la filiera delle auto a combustione interna.

ESG

L’esigenza di un nuovo quadro normativo di riferimento

Pertanto, lo sviluppo di un quadro normativo di riferimento innovativo e stringente rappresenta la spinta necessaria verso un modello di sostenibilità vero. In tale ottica, l’associazione tra innovazione tecnologica e sostenibilità quale elemento fondante dei programmi nazionali e comunitari rappresenta la vera sfida anche per i temi di Industria 4.0.

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In tale direzione va l’Action Plan Europeo, che ha introdotto una serie di metriche, definizioni e raccomandazioni utili a misurare e incentivare comportamenti ESG virtuosi quali: la tassonomia comune per i prodotti SRI; i certificazioni di qualità per i green bond, l’esigenza di spostare gli investimenti in infrastrutture sostenibili; l’esigenza di integrare considerazioni ESG nella consulenza e di una maggiore trasparenza negli indici di sostenibilità; gli ESG nei rating; ESG nel dovere fiduciario degli investitori istituzionali; la riduzioni dei requisiti patrimoniali minimi delle banche sugli investimenti sostenibili, maggiore qualità e trasparenza nella rendicontazione non technical opinion.

Lo stesso è affiancato da un ricco panel di regole che comprendono quelle emanate dall’ESMA nel luglio 2019 (in tema di Credit rating Agencies) a dai governi nazionali sui temi del risk management.

L’offerta delle aziende tecnologiche dovrà pertanto adattarsi velocemente a concetti di innovazione sostenibile più allargati, coinvolgenti l’intera filiera del consumo ed in grado di supportare la trasformazione digitale delle aziende verso un modello fortemente orientato a valutare l’impatto complessivo ed il “costo” vero per il pianeta di ciascuna attività. L’accesso alle fonti di finanziamento realmente vincolato al rispetto di politiche ESG e approcci organizzativi CSR, controllato da un coerente coordinato e completo complesso normativo e fiscale, saranno il traino vero di questo processo.

La lunga maturazione del concetto di ESG e di economia circolare

Pur mantenendo il criterio finanziario preminente, le decisioni riguardo a dove collocare le attività finanziarie venivano prese utilizzando vari criteri. Ad esempio:

  1. negli anni Cinquanta e Sessanta i vasti fondi pensione gestiti dai sindacati ricoprivano l’opportunità di influenzare l’ambiente sociale più ampio utilizzando i loro beni capitali;
  2. negli anni Settanta, l’orrore mondiale del regime dell’apartheid in Sud Africa portò a uno dei più rinomati esempi di disinvestimento selettivo lungo linee etiche. In risposta alla crescente richiesta di sanzioni contro il regime, il reverendo Leon Sullivan, un membro del consiglio di General Motors negli Stati Uniti, nel 1971 redasse un codice di condotta per praticare affari con il Sudafrica;
  3. nel 1998 John Elkington, co-fondatore della società di consulenza aziendale SustainAbility, ha pubblicato “Cannibals with Forks: the Triple Bottom Line of 21st Century Business”, in cui ha identificato il gruppo emergente di considerazioni non finanziarie che dovrebbero essere incluse nei fattori che determinano un’azienda o valore dell’equità.

In questo progressivo arricchimento dei criteri di investimento, che ha portato la comunità finanziaria a sviluppare sempre di più un concetto di “investimento selettivo”, incomincia a sgretolarsi la rigida separazione fra il settore finanziario e quello ambientale. In questa ottica nel 2002 nasce uno dei primi gruppi di ricerca sulla finanza ambientale a opera di Chris Yates-Smith.

Questo gruppo informale di leader finanziari, avvocati della città e ONG avente come obiettivo la tutela ambientale, divenne noto come The Virtuous Circle. Il suo compito era quello di esaminare la natura della correlazione tra standard ambientali e sociali e prestazioni finanziarie. In parallelo, molte grandi banche e case di investimento, in risposta alla crescente richiesta del mercato degli investimenti ESG hanno sviluppato una offerta di servizi sell-side.

Le tesi finanziarie, riassunte dall’economista Milton Friedman, secondo le quali i costi di un comportamento eticamente responsabile avrebbero superato i benefici, venivano gradualmente sfidate attraverso iniziative aventi grande risalto in termini di brand recognition che portavano ad esempio i media a rendere sempre più visibili le società che perseguivano forti politiche di “corporate social responsability”: 1998, due giornalisti, Robert Levering e Milton Moskowitz, pubblicarono la classifica “Fortune 100 Best Companies to Work For”, inizialmente una quotazione nella rivista Fortune, poi un libro che redigeva una lista delle migliori aziende negli Stati Uniti in materia di corporate social responsability e come erano andate di conseguenza le loro prestazioni finanziarie.

Il lento processo di maturazione del tema ESG che trovava nelle due aree ambientale e sociale la maggior parte dell’attenzione dei media e del pubblico ha sicuramente avuto una accelerazione grazie dei crescenti timori sul cambiamento ambientale e ha portato enti sovrannazionali, come ad esempio l’Unione Europea, a sviluppare approcci organici e strutturati tesi a promuovere il tema della “corporate governance responsability” rispetto agli investimenti. Tali approcci hanno iniziato a mettere in evidenza il ruolo della finanza come motore per lo Sviluppo sostenibile (1800 miliardi beneficio netto + oltre 1 milione di posti di lavoro in tutta l’UE): dall’economia lineare a quella circolare.

Nell’economia lineare, esaurito il consumo termina anche il ciclo del prodotto, che diventa rifiuto, costringendo la catena economica a riprendere continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento. L’economia circolare, invece, è un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun altro.

Con il tempo, dovranno essere superate storture introdotte da un sistema che ancora presenta dei vizi di gioventù come quello che ha permesso a un noto imprenditore di ottenere fondi dalla vendita di green bond ad altri soggetti, magari ottenuti grazie a modelli di valutazione non ancora ben rodati e di investire tali fondi in cryptovalute (molto inquinanti e sicuramente poco etiche).

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Nicola Gulli
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