Agevolazioni

Agevolazioni per start up e pmi: troppe differenze fra i bandi comunitari e quelli italiani

Entrambe le famiglie di agevolazioni dovrebbero essere costruite su una base normativa comune, invece la distanza è abissale. Ecco cosa si dovrebbe fare per ridurla

28 Ago 2020

Francesco Vito Tassone

Le agevolazioni in ambito comunitario ad accesso diretto per start-up e PMI quali: SME instrument, fast track to innovation, accelerator, orientate alla ricerca e sviluppo hanno logiche e procedure che sono distanti anni luce dai bandi italiani e regionali. L’apparente incoerenza è che entrambe le famiglie di agevolazioni dovrebbero essere costruite su una base normativa comune. Analizziamo le principali differenze e cosa si dovrebbe fare.

Caratteristiche dei bandi comunitari per le agevolazioni

L’accesso diretto ai bandi comunitari, specie dalle aziende italiane, negli ultimi anni è stato sempre più usato. L’Italia è stata negli ultimi anni tra i principali fruitori degli SME instrument fase 2, cioè il finanziamento diretto di quei progetti di sviluppo da circa 1-3 mln di euro che servono per portare un prodotto, sistema o innovazione orientata al mercato. Si parte da un TRL 6-8 (Technology Readiness Level) prodotto quindi uscito dall’R&D puro e l’obiettivo è portarlo a TRL 12, il mercato. Cosa caratterizza questi bandi? Un focus concentrato principalmente sulla bontà del progetto. Su 15 punti massimi di valutazione il 100% è assegnato valutando la bontà e l’impatto del progetto. Secondo i criteri di: impatto, eccellenza, qualità ed efficienza dell’implementazione, capacità operativa. Una elevata quota di agevolazione, fino al 75% dell’investimento, ma con le spese generali calcolate in modo forfettario si va oltre. Quasi nulli i vincoli esterni: dimensione dell’impresa, coefficienti di bilancio, obblighi di assunzioni, obblighi di cordate etc.

Il progetto deve essere esposto in modo sintetico e senza un format prestabilito, massimo 30 pagine. La selezione è su base comunitaria, pochissimi progetti arrivano in fondo alla selezione, 2-5% dipende dalle call, ma l’obiettivo è chiaro: ricercare il meglio del meglio in ambito europeo.

I progetti finanziati in Italia

I progetti finanziati in Italia sono all’opposto, sia in ambito nazionale che regionale la bontà del progetto e la capacità di execution dell’azienda sono quasi sempre aspetti marginali. Si privilegiano cordate infinite ed eterogenee, dove il solo lavoro di coordinamento, se fatto seriamente, varrebbe il valore del progetto. Nella ultima tornata dei PON sono stati finanziati progetti,con cordate da 15-16 imprese tra cui mediamente 3-4 multinazionali e un paio di università o centri di ricerca pubblici, che a sua volta all’interno coinvolgono 4-5 dipartimenti. Il tutto per progetti da importi contenuti, da 5 a 10 mln di euro. In pratica è stata presa la logica dei grandi progetti europei Iter, Galileo, o dei lanciatori Vega e Ariane ed estesa a progetti che valgono 3 zeri in meno… In ambito regionale, approccio concettuale identico ma per importi a cui è stato tolto un ulteriore zero. Progetti la cui speranza di finanziabilità dipende più dalla “bontà” del consulente o dalla visibilità del soggetto capofila che presenta la domanda, che dalla bontà del progetto stesso. Se guardiamo alcuni bandi regionali recenti finanziati con i POR su 100 punti massimi abbiamo:

  • 10 validità tecnico scientifica del progetto
  • 5 livello di fattibilità e capacità industriale di sfruttare i risultati delle attività di ricerca (se è zero rimani comunque finanziabile)
  • 5 percentuale di spesa riferita allo sviluppo sperimentale rispetto alla ricerca e sviluppo.
  • 10 aumento occupazionale personale qualificato (che si dovrebbe mantenere in forze per 5 anni dalla fine del progetto, 5 punti per una figura, 10 per 2)
  • 5 progetti di almeno 3 imprese
  • 5 progetti di soggetti partecipanti ai poli di innovazione.
  • 6 capacità organizzativa tra cui possesso di certificazione qualità (cosa c’entra con un progetto di ricerca)
  • 5 quota cofinanziamento (più mezzi propri ci metti meglio è. Perché?)
  • 5 se sei o start-up o PMI innovativa
  • 5 sostenibilità economico finanziaria
  • 4 fattibilità tecnica (se tecnicamente non è fattibile perdi solo 4 punti)
  • 5 se collabori nel progetto con una università o centro ricerca
  • 15 completezza della domanda
  • 10 competenza delle risorse professionali coinvolte
  • 2 contributo alla parità uomini e donne
  • 3 progetti collegati con l’ambiente.

Se analizziamo, su 100 punti solo 25 hanno un focus assimilabile a un SME instruments. Il resto è fuori tema, non si pone l’obiettivo di selezionare i migliori progetti possibili con il maggiore impatto ma l’unico obbiettivo raggiunto è quello di permettere una risalita in graduatoria a progetti meno efficienti ma più flessibili verso i vincoli esterni. Un progetto mediocre, di un’azienda composta da donne, che assume 2 ricercatori, iscritta a un polo, in società con altre aziende, che mette una quota mezzi propri alta ha diritto a più punti di un progetto che magari risolve un problema di portata mondiale ma non ha la stessa flessibilità verso questi vincoli.

Come si può notare dall’elenco manca totalmente il focus del perché le imprese devono fare ricerca, qual è l’output atteso e che impatto ci si aspetta. In compenso ci sono misure dal punto di vista occupazionale da vecchia 488.

Ulteriore stortura, sia nel caso di progetti PON che POR l’intera richiesta di agevolazione ruota intorno alla capacità di prevedere in modo puntule costi, spese e ore. L’intera documentazione è inutilmente prolissa (dalle centinaia alle migliaia di pagine) in format prestabiliti, che non è detto siano utili alla comprensione del progetto da parte di un valutatore. Arrivando all’assurdo che prima dell’inizio del progetto di innovazione bisogna conoscere e stabilire esattamente quante ore servono per raggiungere ogni singola fase con decine di sottofasi dettagliate. Per cui si chiede a un project manager di stabilire a priori che servono ad es. 94 ore per raggiungere un risultato intermedio X, 166 per il passaggio Y e così via. Allo stesso tempo si chiede di verificare mensilmente l’avanzamento dei lavori, che devono possibilmente corrispondere ai timesheet stabiliti a priori pena la richiesta di variazioni del progetto. Il risultato è una presa in giro collettiva in cui valutatori e valutati sono coscienti della farsa ma nessuno agisce per cambiare la metodologia. L’unica grande operazione di semplificazione degli ultimi anni è stata quello di prevedere costi standard orari ed evitare di spulciare migliaia di buste paga per calcolare i costi orari esatti.

Come migliorare i bandi italiani per le agevolazioni

Se analizziamo invece l’approccio della commissione, in fase di presentazione SME instrument tutti i costi stanno su un solo rigo. Letteralmente.

Da notare che non si fa distinzione tra costi del personale e consulenze e una grossa parte del progetto è assegnata in modo forfettario e non richiede rendicontazione. Tutto ruota intorno ai risultati tecnico-scientifici con vere e proprie milestones che periodicamente un esperto qualificato nel settore verifica con maggiore approfondimento. Lato rendicontazione economica la verifica principale sarà: spesa rendicontata, avvenuto pagamento, fine.

Cosa si può fare per migliorare. Visto la difficoltà cronica del Paese a costruire commissioni di valutazione, a cui si aggiunge la patologica propensione ai ricorsi al TAR, per i progetti di ricerca medio piccoli che ruotano intorno al deep tech, lo Stato italiano può appoggiarsi direttamente alla valutazione comunitaria. In modo semplice, stabilendo una misura di agevolazione permanente e a sportello con un unico requisito di presentazione “i progetti non finanziati ma che sono stati valutati come eccellenti vengono automaticamente finanziati dall’Italia”. La commissione europea per facilitare questo processo rilascia un “seal of excellence” per i progetti meritevoli. Il finanziamento da parte dell’Italia dovrebbe essere automatico, senza nuove valutazioni né variazioni allo schema di rendicontazione. Con enorme risparmio anche sui costi e aumento verticale della qualità dei progetti finanziati.

Il Mise ha provato anni fa a introdurre un bando di questo tipo: un fiasco, in quanto alla valutazione della commissione aggiungeva una valutazione ragionieristica su flussi di cassa e coefficienti. Gran parte delle start-up dotate di “seal of excellence” erano quindi escluse a priori anche in presenza di soci che si impegnavano ad assicurare la quota con mezzi propri con aumenti di capitali o prestiti. Sarebbe invece il caso di prendere il pacchetto dato dalla commissione così com’è, senza variare una sola virgola. D’altronde stiamo parlando soltanto del meccanismo di valutazione universalmente riconosciuto come il migliore disponibile oggi al mondo.

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