Scenari

Automazione e futuro del lavoro: nuove mansioni per nuove sfide

Alberto Bazzi, direttore in Italia di Digital Business Technologies presso Minsait, offre una visione dell’automazione come catalizzatore di progresso aziendale e personale, sfatando i timori legati alla perdita dei posti di lavoro e anticipando una nuova era di mansioni di maggior valore per l’essere umano

Pubblicato il 01 Set 2023

Oggi l’automazione dei processi si erge come l’epicentro della crescita del business e della trasformazione di organizzazioni, amministrazioni e addirittura modelli di relazione. L’approccio sinergico tra robotizzazione, intelligenza artificiale, advanced analytics e cloud apre le porte a nuove prospettive per il mondo del lavoro. Alberto Bazzi, direttore in Italia di Digital Business Technologies presso Minsait – una società di Indra specializzata in consulenza sulla trasformazione digitale e nelle tecnologie dell’informazione in Spagna e America Latina – , esplora questa frontiera in rapida evoluzione, delineando come l’automazione non sia un nemico dell’occupazione, ma un trampolino verso mansioni più sofisticate e rilevanti.

Una nuova era di vantaggi aziendali

L’applicazione dell’automazione ai processi non è solo un’opportunità, ma un imperativo per generare valore aggiunto in azienda. Come sostiene Bazzi, l’automazione conduce a una maggiore efficienza operativa e distingue le aziende lungo la curva della competitività. Una prospettiva che Bazzi enfatizza: “L’automazione non solo ottimizza l’uso dei sistemi esistenti e supporta il lavoro dei dipendenti, ma contribuisce anche a migliorare l’esperienza dell’utente, incidendo positivamente su produttività ed efficienza”.

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Non da ultimo, prosegue Bazzi, “è una delle digitalizzazioni più convenienti”. Infatti, impiegare robotica e automazione ha un impatto medio del 30% sui costi operativi, si realizza in poche settimane e ha un ritorno sull’investimento (ROI) in soli due o tre mesi, consentendo di ottenere risultati tangibili a breve termine.

Automazione e l’evoluzione del lavoro

Uno dei timori largamente diffusi è che l’automazione abbia un impatto negativo sull’occupazione e quindi, possa portare alla perdita di posti di lavoro. Tuttavia, la storia insegna che l’evoluzione industriale ha sempre generato nuove opportunità. Bazzi fa eco a questa prospettiva, richiamando alla mente quello che successe negli anni Cinquanta negli Stati Uniti dove fu stilato un elenco di posti di lavoro che rischiavano di andare persi a causa dell’aumento dell’automazione allora in uso. L’elenco comprendeva 270 lavori ma alla fine, solo la professione di operatore di ascensore scomparve.

Oggi lo studio “Generative AI and Jobs” dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro getta ulteriore luce sull’impatto dell’intelligenza artificiale generativa (la tecnologia alla base di chatbot come ChatGPT e Bard, tra gli altri), suggerendo che potrebbe addirittura aumentare l’occupazione. Come precisa l’agenzia delle Nazioni Unite, l’intelligenza artificiale generativa aiuterebbe ad automatizzare determinate mansioni e non a sostituirle completamente. Inoltre, l’impatto di questa nuova tecnologia dirompente potrà incidere soprattutto sul modo di lavorare, sulla qualità e sull’intensità del lavoro.

Il Fattore Umano: indispensabile e insostituibile

Bazzi ribadisce questo aspetto sottolineando che il progresso implica un cambiamento, e questo processo si è verificato in molte professioni. “Competenze che secoli fa erano ineludibili per l’uomo sono state trasformate dal processo di industrializzazione e di sviluppo per lasciare il posto ad altre funzioni e dare vita a nuovi settori di crescita. Questi cambiamenti sono avvenuti per aumentare la qualità delle attività e dei servizi e per ottenere una maggiore specializzazione degli individui, non per sostituire il fattore umano, che è senza dubbio essenziale e il bene più prezioso nella catena di produzione“.

Bazzi mette in evidenza come l’intelligenza artificiale possa fungere da complemento, non da sostituto. Infatti, afferma “La chiave è la qualità dell’analisi delle informazioni che un professionista può svolgere grazie ai programmi di intelligenza artificiale, la conversione dei professionisti per svolgere compiti diversi e a maggior valore aggiunto o la creazione di spazi in cui si sentano più realizzati professionalmente”.

Con la digitalizzazione certi ruoli vanno via via scomparendo per lasciare il posto a nuove professioni che ridefiniscono nel tempo il panorama occupazionale e la qualità del lavoro stesso. Oggi si sente parlare di prompt engineer, sviluppatori di algoritmi etici, analisti quantistici, gamer… Nessuno di questi esisteva fino a pochi anni fa, ma coprono esigenze attuali e reali e permettono uno sviluppo più qualificato verso mansioni più evolute e diverse.

L’automazione del lavoro sarà parziale

Bazzi conclude che “Il futuro è inconcepibile senza l’uomo”. E proprio qui sta il limite perché oggi uno dei principali ostacoli alla prossima ondata di trasformazioni digitali è proprio la mancanza di professionisti, utenti e lavoratori in questi settori. I talenti specializzati, insieme alla gestione dei dati e alla cybersicurezza, saranno le basi su cui costruire i modelli di business più immediati.

La trasformazione non è mai assoluta e, nel caso dell’automazione, si prevede che sarà parziale nella maggior parte dei lavori. Oggi il 60% dei lavori può essere automatizzato in parte, ma solo il 7% di essi può essere automatizzato in più del 50% dei processi. “Sono convinto – chiosa Bazzi – che nei prossimi anni assisteremo all’automazione dei processi e delle operazioni in quasi tutti i settori di attività. Ma dubito fortemente che questo escluderà il fattore umano. È il valore principale su cui si basa ogni possibile evoluzione”.

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