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Osservatorio Industria 4.0

Osservatorio Industria 4.0: Industrial IoT, Analytics e Cloud Manufacturing spingono il mercato a 2,4 Mld con un +30%

Si fanno sentire gli effetti del Piano Nazionale Industria 4.0 con un mercato che raddoppia nel giro di 3 anni e che vede crescere la consapevolezza delle imprese con nel 92% dichiara di conoscere il Piano 4.0 e il 50% di aver usufruito di iper e superammortamento. Importanti benefici anche per l’indotto che con oltre 400 milioni di euro sostiene e accelera progetti di innovazione tradizionali

22 Giu 2018

Mauro Bellini

Direttore Responsabile

L’Industria 4.0 non è una moda, l’Industria 4.0 è un fenomeno strategico per la crescita economica e culturale del nostro Paese”. Alessandro Perego, responsabile scientifico dell’Osservatorio Industria 4.0 non esita a enfatizzare l’importanza della rivoluzione 4.0 che tanti benefici sta portando alle imprese e allo sviluppo dei territori nell’apertura del convegno Industria 4.0: Produrre, Migliorare, Innovare organizzato dagli Osservatori Digital Innovation. A sua volta Alessandro Spada, vice presidente vicario di Assolombarda sottolinea l’importanza strategica del passaggio del Piano Nazionale Industria 4.0 nella direzione di Impresa 4.0 sia l’aspettativa di vedere evolvere questo Piano nella forma di una misura strutturale. Ma non basta, Spada, porta l’attenzione sulla necessità di non fermarsi alla connettività tra le macchine e tra le fabbriche ma ”occorre andare oltre” e portare la sfida verso una vera distribuzione e disseminazione di conoscenza e di cultura 4.0 nelle imprese e nei territori. Un concetto che trova consistenza e forza nei risultati della ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 con numeri che non solo si vedono ma si “fanno sentire” sia a livello economico e sia sul piano sociale.

L’Industria 4.0 segna un raddoppio nel giro di tre anni

I numeri parlano “ad alta voce”: il mercato è raddoppiato nello spazio di tre anni, osserva Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio industria 4.0: “Nel 2017 è cresciuto del 30% ed è arrivato a un valore tra i 2,3 e 2,4 miliardi di euro, accelerando ulteriormente la crescita rispetto al 26% del 2016 con effetti benefici anche per l’indotto” che ha visto “arrivare” qualcosa come 400 milioni di investimenti in infrastrutture, connettività, soluzioni abilitanti. Un percorso, quello dell’Industria 4.0, con dei numeri che non lasciano spazio ai dubbi: 1,2 miliardi nel 2015, un salto del 25% a 1,6-1,7 miliardi nel 2016, e poi il balzo del 30% nel 2017 e i segnali di un 2018 molto importante.

Marco Taisch, responsabile scientifico dell’Osservatorio Industria 4.0 porta a sua volta l’attenzione sul valore del Piano Industria 4.0 del MISE e del passaggio all’Impresa 4.0 che a potentemente contribuito a questo risultato riportando la manifattura e l’eccellenza del Made in Italy al centro dell’attenzione e facendo diventare la stessa Industria 4.0 un patrimonio del paese. Una opinione che trova conforto nei dati che arrivano dalla ricerca dell’Osservatorio: delle 236 imprese coinvolte nell’indagine, il 92% ha dichiarato di conoscere le misure del Piano Nazionale Industria 4.0, mentre quasi il 50% metà dichiara di aver usufruito di iper e superammortamento, una su quattro di aver investito più di 3 milioni di euro.

Industrial IoT e Analytics continuano a spingere, cresce il Cloud Manufacturing

Sul piano tecnologico i motori dell’Industria 4.0 sono rappresentati, come precisa Miragliotta: “dalle soluzioni per la connessione degli impianti nella forma di un Industrial IoT che cresce del 30% e arriva a generare un valore di mercato di 1,4 miliardi con un peso assolutamente rilevante (60%) per tutto il fenomeno I4.0”. Ma quali azioni di sviluppano un volta che l’IoT, o meglio ancora l’Industrial Internet of Things è in azione e genera dati? Ecco l’effetto Industrial Analytics, che con le soluzioni di Big Data e data Analytics per Industria 4.0 cresce del 20%, arriva a generare un volume di business di 410 milioni ed è il secondo “soggetto forte” nei piani di investimento industria 4.0 delle imprese.

“L’altro grande fenomeno che rivela quanto sia profondo il cambiamento in corso – continua Miragliotta – è rappresentato dal Cloud Manufacturing che arriva a valori molto significativi sia in termini assoluti con 200 milioni di euro di investimenti, sia come peso (35%) sul totale Industria 4.0, oltre che come tasso di crescita 10%”. Uno sviluppo che ancora sconta la necessità del Cloud in generale di trovare una sua Governance in un dominio, quello dell’OT che è certamente meno allenato a questa dimensione rispetto all’IT.

Advanced Automation e Advanced Human Machine Interface

E proprio sul tema IT-OT Miragliotta osserva che i “domini dell’IT e dell’OT, tipicamente separati hanno iniziato un lavoro, anche culturale, di convergenza e di integrazione nella prospettiva dell’Industria 4.0 e dell’integrazione digitale, dando vita a un fenomeno che mostrerà i suoi effetti nel lungo periodo anche in termini di forme di innovazione più inclusive, più aperte e più attente a nuove forme di collaborazione nel rapporto tra le persone e tra le persone e i sistemi di produzione”. Un tema questo che si manifesta concretamente nei numeri della ricerca quando misura lo sviluppo delle soluzioni di Advanced Automation che arrivano a 145 milioni di euro e crescono del 20% sull’anno precedente e, delle soluzioni per l’Advanced Human Machine Interface che stanno contribuendo a ridisegnare il sistema dei rapporti uomo-macchina (leggi al riguardo i servizi legati ad esempio alla robotica collaborativa basata sul linguaggio naturale) e che arrivano a segnare un fatturato di 30 milioni di euro con un tasso di crescita esplosivo del 50% sull’anno precedente.

Le aziende conoscono il Piano Nazionale Industria 4.0

Più volte naturalmente richiamato per i suoi effetti, il Piano Nazionale Industria 4.0 ha dimostrato di aver svolto il proprio ruolo. Intanto e prima di tutto è entrato nelle imprese e ha saputo parlare di innovazione digitale. La ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 ci dice infatti che nel corso dell’anno è aumentata indiscutibilmente la conoscenza delle imprese sui temi Industria 4.0 con un crollo verticale delle persone e delle imprese rimaste all’oscuro o disattente. Due anni fa questa quota superava il 40% degli intervistati, quest’anno solo un 2,5% di “distratti” non ha sentito parlare di 4.0 associato all’Industria. Ma quel che più conta è che il 55% delle imprese intervistate non nasconde di aver messo mano ai progetti e di essere nella fase implementativa, ovvero si sta alacremente lavorando. Mentre solo 15% delle aziende è ancora in fase esplorativa.

Se poi si guarda nello specifico alla conoscenza del Piano Nazionale Industria 4.0 si vede che il 92% (quasi 120 punti in più rispetto all’anno scorso) del campione (composto da 236 imprese) dichiara di conoscere i contenuti, mentre la metà dichiara di aver già usufruito di forme di iper e superammortamento per introdurre l’innovazione digitale nei propri stabilimenti, mentre un ulteriore 25% è in procinto di farlo.

Ma come vengono investite queste risorse? La soglia dei 3 milioni di euro è superata dal 25% delle imprese, mentre sotto i 200 mila euro si posiziona, con interventi tattici o esplorativi, il 20% delle aziende. Buone notizie per la possibilità di estendere il credito di imposta anche ai percorsi di formazione per l’Industria 4.0 con un 60% di aziende che sembrano intenzionate ad approfittarne.

Non si fa Industria 4.0 senza un percorso di Skill 4.0

E quello della preparazione culturale e dello sviluppo degli skill è un sfida che Alessandro Perego, nel suo intervento iniziale, ha considerato strategica per le imprese e per il paese. Ed è proprio per dare il proprio contributo per vincere questa sfida che il Politecnico di Milano ha avviato una serie di iniziative tanto sul pianto della didattica, quanto su quello della sperimentazione, del supporto alle imprese anche con servizi di assessment oltre che sullo sviluppo delle competenze anche per chi è già attivo nelle imprese e ha bisogno di fare il “salto” verso il 4.0.

Marco Taisch a sua volta ha ricordato che questa è una rivoluzione anche culturale in chiave 4.0 che deve vedere la collaborazione di tutti gli stakeholder, delle imprese ovviamente, dell’Università e della ricerca, delle parti sociali, del sindacato e della politica ovvero delle rappresentanze sociali che non possono non essere coinvolte in modo attivo in un processo che cambia imprese e lavoro e che permette di aumentare la competitività e la ricchezza del paese e dei territori.

Il ruolo del sindacato e l’innovazione nelle relazioni sociali

Ma sul tema del ruolo delle parti sociali e dell’innovazione anche a livello di relazioni tra imprese e parti sociali il convegno ha ospitato l’intervento di Marco Bentivogli, segretario generale della FIM Cisl. Leggi i servizi dedicati: Bentivogli, FIM Cisl: per le fabbriche intelligenti dell’industria 4.0 occorre far crescere un sindacato 4.0 e il racconto delle opinioni che ha ccompagnato l’intervento sui social media: Bentivogli: Non è vero che l’innovazione riduce i posti di lavoro. E’ la mancanza di innovazione che fa perdere competitività

E sul tema delle competenze la ricerca dell’Osservatorio ha condotto un sondaggio che traccia il profilo delle imprese italiane nel loro rapporto tra Industria 4.0 e Skill 4.0. La metà delle imprese sa di cosa sta parlando, ovvero afferma di aver effettuato un assessment delle proprie competenze 4.0. La notizia è positiva e va inquadrata in un contesto dove un altro 25% afferma di volerlo fare a breve. Ma chi sono i soggetti, le figure aziendali coinvolte? Prima di tutto, come ovvio, le figure impegnate a livello di produzione, gli operatori di stabilimento, gli operai, le figure che sono direttamente coinvolte nel lavoro sui sistemi di automazione. Ma la sensibilità ai percorsi di formazione non si ferma nello stabilimento anzi, manager e imprenditori sono coinvolti in questo percorso verso gli skill 4.0. Se poi si vanno a leggere i fenomeni che guidano lo sviluppo di questa nuova cultura delle imprese ecco che si intravvedono alcuni fenomeni che contribuiscono a consolidare l’impianto culturale 4.0 con i “pillar” relativi alle 5 competenze fondamentali per attuare una vera trasformazione digitale 4.0 nel mondo industriale almeno in questa fase:

  1. Capacità di gestire l’innovazione nel rapporto uomo-macchina
  2. Competenze specifiche nella gestione delle supply chain in chiave digitale
  3. Un focus speciale sulla manutenzione intelligente, come effetto dei risultati ottenuti presso tante realtà in termini di best practices nella predictive maintenance
  4. Capacità di applicare la Lean Manufacturing 4.0
  5. Competenze fondamentali nella gestione della sicurezza e della cyber security tanto nei domini IT quanto (e soprattutto) nei domini OT

La formazione del personale interno (24%) o l’acquisizione dall’esterno (11%) delle competenze necessarie sono le due grandi risposte che arrivano dalle imprese impegnate in queste sfide 4.0. Resta la perplessità sul ruolo ancora marginale della funzione HR testimoniato dal fatto che solo il 12% del campione ha previsto il coinvolgimento della funzione delle risorse umane per guidare e indirizzare il percorso di formazione al digitale, mentre per il 70% dei partecipanti alla ricerca l’HR o non è coinvolta o lo è solo in modo marginale.

Per le imprese medio piccole serve una Industria 4.0 in chiave PMI 4.0

Un discorso a parte meritano l’analisi del rapporto tra Industria 4.0 e Piccole e medie imprese, vale a dire il 95% del tessuto imprenditoriale del nostro paese e la spina dorsale di tanti territori e distretti produttivi. L’Osservatorio Industria 4.0 ha indirizzato l’analisi su 30 casi scelti all’interno di settori industriali eterogenei per capire il vissuto e le criticità 4.0. da questa analisi sono uscite una serie di indicazioni sui profili e sugli atteggiamenti nei confronti di questa sfida, profili che la ricerca dell’Osservatorio ha fissato con alcune efficaci connotazioni.

Giovanni Miragliotta osserva che le imprese hanno ben capito che l’innovazione non si ferma, che il cambiamento è una regola che non si può trascurare o nascondere e il digitale è alla base della loro competitività. Ma è nel passaggio dalla consapevolezza del tema e dei suoi contenuti all’azione che si evidenziano i segnali di debolezza. La trasformazione digitale ha bisogno di competenze e di risorse anche finanziarie per sostenere il cambiamento e sotto questi aspetti le piccole imprese sono certamente meno favorite rispetto alle grandi, tanto che sono proprio le risorse finanziarie a ostacolare (34% dei casi) lo sviluppo 4.0 presso le PMI, mentre nel caso delle grandi imprese questo problema si evidenziava nel 17% delle imprese.

Dagli Impassibili ai Maestri, ecco il profilo delle PMI in chiave 4.0

Ma vediamo dunque i profili delle PMI nei confronti del paradigma 4.0 tracciati dalla ricerca dell’Osservatorio con un modello che mette in relazione due grandi dimensioni: quella del potenziale di cambiamento delle imprese e quella relativa al livello di trasformazione 4.0. Per ciascuna di queste due dimensione ci sono poi tre livelli di intensità: nel caso del Potenziale sono basso, medio e alto e nel caso del livello di trasformazione sono: in attesa, in movimento e in rush. Ne esce un quadro molto efficace che vi proponiamo di sotto con alcuni grandi fenomeni da evidenziare

Gli Inerti, con al proprio interno gli Impassibili che non considerano nemmeno il 4.0 dove manca l’attenzione e la sensibilità del vertice a questo processo. Nello stesso “spazio” ci stanno poi  le imprese Lente che, al contrario, hanno ben capito il valore e il potenziale della trasformazione digitale, ma fanno fatica ad avviare questo percorso, chiedono di vedere i benefici concreti e vorrebbero soluzioni tecnologiche e organizzative modulari e incrementali per integrarle nei loro processi e per procedere con una logica di piccoli passi.

Gli Spericolati al contrario si buttano nell’innovazione senza un piano preciso e senza un disegno, magari con l’entusiasmo per il nuovo o sulla spinta di figure aziendali che magari hanno sviluppato competenze tecniche. Il rischio è quello di un’azione che non corrisponde poi a un disegno di business solido e concreto.

Tra coloro che dispongono comunque di un potenziale medio di innovazione ci sono poi quelli che con poca consapevolezza ondeggiano tra il sogno di un’azione 4.0 importante e la distrazione legata al fatto che si può attendere a decidere. L’industria 4.0 è importante, ma non è ancora chiaro quanto sia importante e non chiaro nemmeno che il tempo che passa va a penalizzare la competitività dell’azienda.

Al centro di tutto ci stanno gli attivi giudiziosi che magari non si preoccupano di procedere con qualche imitazione se non delle best practices quanto gli esempi concreti per confrontarsi e vedere cosa hanno fatto altre aziende simili. Sempre in questa fascia i neopromossi sembrano pronti per portare a casa i risultati del loro percorso.

Per la fascia “alta” di coloro che hanno un potenziale di cambiamento importante ecco che si affaccia due personas ad alto potenziale: i saranno famosi costituiti da aziende in movimento con obiettivi e strategie corrette e i maestri, che stanno già correndo per raccogliere i risultati che l’Industria 4.0 permette di raggiungere.

I modelli di Personas nel rapporto PMI-Industria 4.0 identificati dalla ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 del Politecnico di Milano

Leggi anche il servizio: Il dibattito dell’Osservatorio Industria 4.0 sui social media

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“Nel complesso, dai risultati dell’indagine emerge un quadro incoraggiante, con la maggior parte delle imprese che ha ormai compreso l’importanza delle competenze 4.0 e ha avviato percorsi per valutare i fabbisogni e avvalersi degli incentivi per la formazione, mentre sono all’orizzonte piani e investimenti per portare le competenze 4.0 nel cuore della manifattura italiana — commenta Sergio Terzi, Direttore dell’Osservatorio Industria 4.0 —. Si osserva ancora tuttavia una certa marginalità del ruolo dell’HR, nella valutazione delle competenze come nello sviluppo della strategia di Industria 4.0, mentre per costruire una manifattura 4.0 sostenibile dal punto di vista economico, sociale e umano, il pieno coinvolgimento delle Direzioni HR è un passaggio di fondamentale importanza”.

La Digital Readiness delle aziende – Prima di avventurarsi nella quarta rivoluzione industriale, è importante che le imprese capiscano qual è il loro punto di partenza. L’Osservatorio ha sviluppato un modello (DREAMY, Digital REadiness Assessment MaturitY model) per valutare la maturità digitale dei processi che più di tutti concorrono alla creazione del valore, in termini di capacità di esecuzione, monitoraggio e controllo, organizzazione e utilizzo di tecnologie ICT dei processi di ingegneria di prodotto e di processo, gestione della produzione, qualità, manutenzione, logistica e supply chain.

“DREAMY ha già trovato impiego in più di 50 aziende italiane di diversi settori, dimensioni ed età”, afferma Marco Macchi, Direttore dell’Osservatorio Industria 4.0. “Il modello è uno strumento per guidare la trasformazione digitale in azienda, individuare i processi da gestire e innovare, i fattori competitivi e fornire supporto alle decisioni del management. La strada tracciata potrà portare ad approfondire il livello di preparazione digitale delle imprese italiane dei vari settori”.

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